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Settembre porta con sé non solo la fine dell’estate, ma anche il riaprirsi delle aule universitarie. C’è chi inizia per la prima volta, con l’entusiasmo e la paura delle novità, e chi invece ritorna in aula, portandosi dietro fatiche e conquiste degli anni precedenti. L’università resta, oggi come ieri, un luogo decisivo di crescita: non solo intellettuale, ma anche umana e spirituale. Per questo più che un semplice augurio vogliamo condividere con voi tre parole, tre passaggi di significato che possono accompagnare il nostro cammino in Università. Dal SAPERE al DONOStudiare all’università significa imparare a pensare con la propria testa. Non basta ripetere concetti e nozioni: serve la capacità di andare oltre, di mettere in dialogo saperi diversi, di porsi domande scomode. È la sottile arte del pensiero critico, che non può essere semplice scetticismo, ma è un atteggiamento capace di discernere e di scegliere con responsabilità. È un esercizio faticoso, perché implica uscire dalle proprie sicurezze e confrontarsi con posizioni che non sempre condividiamo. Ma proprio lì, in quel confronto, cresce la nostra consapevolezza. Non a caso, uno dei frutti più preziosi degli anni universitari è la capacità di dialogare. Non per avere sempre ragione, ma per imparare a camminare insieme ad altri, nel rispetto delle differenze e nella ricerca della verità. Attraverso il dialogo e il pensiero critico, nell’esperienza universitaria fiorisce il senso di carità intellettuale: essa si misura con la vita e sprona noi studenti a restituire con amore i frutti dei nostri traguardi e delle nostre conoscenze al mondo che ce li ha donati. Questo principio, che richiama la carità in senso evangelico, diventa il motore del nostro impegno accademico, perché lo studio non è più orientato al nostro ego, ma rivolto al prossimo. La cultura in questo modo non resta più un insieme di concetti e nozioni ma diventa lo spazio di incontro. In questi anni abbiamo imparato che l’università è il luogo in cui i giovani discutono di attualità, di futuro, di diritti. Non senza tensioni, certo, ma con la possibilità di costruire uno spazio in cui la parola non è solo sterile polemica, bensì occasione di incontro e di crescita. Dentro a queste dinamiche, ci sentiamo chiamati non solo ad assorbire nozioni, ma a diventare protagonisti di un pensiero che sappia incidere nella realtà. Per questo l’università non è mai neutra: forma persone che, con le loro idee e le loro scelte, contribuiranno a scrivere la società di domani. Dalla COMPETIZIONE al SERVIZIO In questo contesto, come guardare da cristiani all’esperienza universitaria? La fede non toglie nulla allo studio, anzi: apre uno sguardo alternativo. Lo studio non è soltanto una gara o un titolo da conquistare, ma diventa un cammino di ricerca, un metodo per avvicinarsi alla verità. Attraverso i nostri percorsi di fede, che si sono intrecciati in università, abbiamo scoperto che, conoscere è sempre un modo per avvicinarsi al mistero del mondo e delle persone. Lo studio può così diventare preghiera silenziosa, servizio al bene comune, gesto di amore per la realtà. Non è solo accumulo di nozioni, ma un atto spirituale, perché implica l’umiltà di lasciarsi interrogare da ciò che non si conosce e la responsabilità di mettere il proprio sapere a servizio degli altri. Dalla PRESTAZIONE alla RELAZIONENon possiamo nasconderlo: l’università può essere anche luogo di solitudine, ansia da prestazione, fatica a trovare il proprio posto. Sono le stesse fragilità che tanti studenti portano dentro. Per questo è importante non ridurre il percorso accademico a un “esame dopo l’altro”, ma custodire relazioni autentiche, coltivare passioni, non avere paura di chiedere aiuto. Crescere all’università significa anche scoprire i propri limiti: comprendere che non tutto si può controllare, che gli errori non cancellano il valore di una persona, che la vita non si riduce a un voto. Anche queste sono lezioni decisive, forse le più importanti, che non si trovano sui manuali ma nella trama quotidiana della vita universitaria. Un augurio e un invito A chi inizia l’università auguriamo di custodire la gioia di imparare, senza cedere alla fretta o all’individualismo, perché lo studio sia occasione di crescita come persone libere. A chi già vive questo cammino, l’invito a guardare oltre la superficie, leggendo il tempo con intelligenza e speranza.
Come ricordava Montini, lo studio «non è soltanto una fatica necessaria, ma una virtù; è l’atto con cui l’uomo esercita la sua dignità, cerca la verità e si apre al mistero di Dio». Come FUCI desideriamo abitare l’università non con risposte preconfezionate, ma camminando insieme, conoscendo, condividendo domande e percorsi. I nostri gruppi non sono “lezioni di fede”, ma spazi di dialogo, confronto e ricerca comune, arricchiti dal fatto che vi partecipano ragazze e ragazzi che studiano le discipline più diverse e portano punti di vista differenti sulla stessa questione: ed è proprio questa varietà a rendere bello e fecondo il nostro cammino.
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Per persone che decidono di investire cinque anni di vita dedicando parte del proprio tempo allo studio potrebbe, sembrare superfluo; in realtà trovo che pochissimi studenti sappiano studiare e non tanto per pigrizia, ma perché non sanno cosa sia lo studio. Studiare è primariamente un'attività del cuore, infatti il termine latino "studere” si può anche tradurre con “amare”. La conoscenza non è solo un atto d'amore, ma solo l'amore permette una vera conoscenza. Si conosce con il cuore, cioè con la libertà del proprio intimo e dunque studiare impegna la libertà e quindi l'amore. Conoscere vuol dire non solo 'prendere atto che una cosa è così'; ma significa anche ‘unirsi’ a quella cosa e diventarne responsabili, cioè legarsi ad essa amandola.
Cosa significa tutto ciò? Almeno due cose: amare ciò che si studia perché si pensa già al servizio da rendere alle persone per le quali si studia; amare lo studio fino a “perdersi” in esso. Perché tutto non degeneri nella “secchioneria" (forma epidemica e surrogato del vero amore) bisogna declinare lo studio con la libertà. Solo le persone libere possono amare lo studio, perché ad esso si “legano” con la forza dell'amore. Non è un paradosso; si vuole affermare la necessità dì acquisire al più presto la capacità di dominare lo studio senza esserne mai dominati; il prezzo che pagano coloro che sono angosciati dallo studio è troppo alto e solo in minima parte ricompensato da qualche successo. Essere liberi dallo studio per poter essere liberi di studiare; in questo modo le ore passate sui libri, anche con fatica e sacrificio; diventano un atto d'amore. Ma non siamo ancora al punto centrale: perché studere=amare? Conta, forse, l'atto dello studio in sé stesso? Oppure lo studio prende valore da ciò che si studia? Lo studio è sempre lo studio di qualcosa e quindi, è sempre apertura alla verità. La verità (ogni verità) è sacra e poterla conoscere è un privilegio e una grazia. Studiare non è solo aumentare le conoscenze o apprendere un mestiere (una università che mettesse queste cose al primo posto non sarebbe degna del nome che porta), bensì avere la passione per la verità. La passione della verità che nasce dall'amore toglie la paura perché dove c'è l'amore non può esserci la paura. Oggi la nostra più grande nemica è la paura: paura di non passare gli esami, paura di non trovare lavoro, paura di essere abbandonati, paura di essere costretti ad abbandonare perché si è capito che non era amore. C'è rischio che il percorso universitario sia un percorso accidentato, pieno di insidie e trabocchetti. Ma non è così per chi ama: per chi ama lo studio, cioè per le persone libere e senza paura, il percorso universitario diventa una grande avventura di ricerca esistenziale ed intellettuale. Avere a che fare con la verità non può essere un gioco lasciato nelle mani degli imbecilli, dei paurosi o dei pigri. (Articolo scritto da don Luigi Galli, ex assistente spirituale del gruppo Fuci Milano Cattolica) Un’altra sigla si aggiunge alla lista nel mondo della scuola e della formazione: DAD, la didattica a distanza che in moltissimi hanno imparato a conoscere, per diversi mesi. Anche se si sfocia in luoghi comuni quando si parla di questa tematica, come il mondo intero non era preparato a una pandemia, così anche l’istruzione in generale non era preparata nell’immediato, e prendere l’abitudine con una novità non è sempre semplice. Per nessuno: per chi, dai vertici, ha dovuto riorganizzare l’intero sistema, con tutta la sua burocrazia e le sue problematiche già pregresse; per gli insegnanti di ogni ordine e grado e per i presidi; per i bambini delle elementari, per i preadolescenti delle scuole medie e per tutti i loro genitori che hanno dovuto seguirli; per tutti gli studenti delle superiori. E non è stato facile neanche per noi, studenti universitari e parte integrante di una macchina gigantesca.
È un dato di fatto che la vita universitaria in presenza, e quindi la frequenza regolare delle lezioni, è tutta un’altra cosa. Non possiamo nemmeno fare un paragone, altrimenti anche l’essenza di gruppi associativi come è il nostro verrebbe meno, se dicessimo che tenere gli incontri e organizzare riunioni su Zoom sia la norma. Di discussioni e di polemiche se ne sono lette tante nei mesi scorsi, valutando i pro e i contro di questa DAD. Le ore passive che molti impiegano sui mezzi pubblici per recarsi in ateneo in questi mesi sono scomparse, e ne constatiamo la comodità per un minor dispendio di tempo, di energie e di denaro, è vero. Ma è anche vero che le aule ci regalano il contatto umano, che è quello che ci rimane nel tempo. Tuttavia, quasi tutti i docenti hanno riorganizzato le proprie lezioni, tra dirette streaming, registrazioni audio, presentazioni Power Point, dispense. Alcuni sono stati più innovativi, altri meno, ma in qualche modo ci siamo adattati, cercando di fare il nostro dovere di studenti, cercando di adeguarci alle difficoltà del momento. Non si può negare che alcune facoltà, come quelle scientifiche, abbiano contato qualche problema in più, a causa dei professori impegnati negli ospedali, a causa delle ore in laboratorio e dei tirocini che bisognerà recuperare, e così via. Si procede per considerazioni ovvie fin qui, e dispiace, perché forse ci vuole ancora del tempo affinché la didattica a distanza sia elaborata del tutto, sia analizzata in tutte le sue sfaccettature, andando oltre le semplici lamentele. I prossimi mesi avranno protagonista una didattica mista, che porrà di fronte ai nostri occhi nuove sfide e nuove discussioni. Quello che possiamo fare è sempre lo stesso: se vogliamo sentirci parte di qualcosa – pur con tutte le difficoltà del caso – è fare la nostra parte, ognuno a suo modo. L’Università è un sistema così complesso, che sviscerarlo completamente riesce a pochi, però bisogna ammettere che è uno specchio del nostro tempo, come è sempre stato in passato. La DAD rimane uno specchio del nostro tempo allora, in questo 2020. Magari questo ci porterà a osservare con un altro sguardo gli edifici che ci sono tanto cari, ogni volta che da ora in poi ci passeremo davanti. (Articolo scritto da Francesca Bertuglia, Gruppo Fuci Milano Statale) L' 8 ottobre 2019 è stata approvata la legge di riforma costituzionale “in materia di riduzione del numero dei parlamentari”; è stata poi richiesta, ai sensi dell'art. 138 della Costituzione, l'indizione di un referendum, con la celebrazione del quale il 20 e 21 settembre 2020 saremo chiamati a confermare o respingere quanto approvato in Parlamento. Vediamo subito cosa prevede nel concreto questa riforma: attualmente i Parlamentari eletti in Italia sono 945, di cui 630 deputati e 315 senatori; entrando in vigore la riforma, il loro numero passerebbe a 600: 400 deputati e 200 senatori.
L'intento di questo articolo non è sostenere il “sì” o il “no" alla conferma della riforma, ma tentare di esporre alcune tra le tesi contrapposte, così da creare informazione e provocare riflessione su un importante momento della vita costituzionale italiana. Per ragioni espositive questo articolo non sarà totalmente esauriente, perciò in chiusura rimanderò ad altri articoli per approfondire il tema, qualora dovesse interessare. Partiamo dal quadro politico che ha incorniciato la nascita e lo sviluppo di questa riforma: nel corso delle due votazioni parlamentari richieste per l’approvazione di una riforma costituzionale, si è assistito ad alcuni clamorosi cambi di orientamento di voto, con fazioni politiche che - ad esempio – inizialmente hanno votato contro il provvedimento, mentre nella seconda votazione a favore. Questa situazione, ad un primo e superficiale livello potrebbe essere liquidata come opportunismo politico, ma deve suscitare una riflessione più profonda: come è possibile che ci si convinca della bontà o meno di una riforma costituzionale solo per ragionamento politico, e non invece partendo dallo studio e l’approfondimento della materia, che dovrebbe creare un radicale convincimento per una posizione piuttosto che un'altra? L'impressione (per non dire la certezza) è che intorno a questo tema si sia creata una folta coltre di ideologia, che non permette alla limpida luce della critica sostanziale di perlustrare e approfondire la materia. Infatti, la prima motivazione con cui è stata sostenuta questa riforma, in particolar modo dal Movimento 5 Stelle – primo e vero sostenitore della riforma -, è quella del risparmio: non dovendo più pagare lo stipendio e i privilegi di 345 Onorevoli, si risparmierebbero 500 milioni a legislatura, 100 milioni all'anno che potrebbero essere investiti in scuola, sanità etc... (ma vedi anche l'articolo di Carlo Cottarelli, che stima il reale risparmio in 285 milioni). Il punto rilevante a tal proposito non è tanto la quantificazione del risparmio, quanto più quanto possa valere la rappresentanza dei nostri Parlamentari e se sia un bene realmente quantificabile in denaro, fermo restando che il nocciolo della questione forse rimane non quanti sono i Parlamentari, ma chi lo fa e soprattutto come lo fa. A tal riguardo, sarebbe comunque importante riflettere sui motivi che hanno portato ad una così profonda sfiducia nei confronti della politica, tanto da vederla semplicemente come costo e non più come servizio, missione, vocazione o, per dirla con san papa Paolo VI° “... la più alta forma di carità... ”. Dall'altra parte, chi si oppone alla riforma denuncia innanzitutto un taglio della rappresentanza e, conseguentemente, della democrazia: attualmente in Italia viene eletto un parlamentare ogni 63.000 abitanti circa; con il taglio previsto dalla riforma, si passerebbe ad un parlamentare eletto ogni 1 00.000 abitanti circa. Altri confronti vengono poi fatti in relazione al numero di parlamentari di altri Paesi: al di là della posizione effettivamente occupata dall'Italia, ciò che rileva sotto questo punto di vista è il sistema parlamentare che abbiamo, differente da tutti gli altri Paesi, ovvero un bicameralismo perfetto. Il punto interessante su cui riflettere è il fatto che questa riforma, a differenza di altre proposte in passato, punti a ridurre il numero dei Parlamentari a sistema costituzionale invariato; dovremmo invece chiederci se la debolezza del nostro sistema sia il numero dei Parlamentari, o il sistema rappresentativo stesso, che dopo più di 70 anni di vita costituzionale forse necessiterebbe di una modifica. In conclusione, l'unico consiglio che mi permetto di dare è di andare a votare: “il voto è un dovere civico” (art. 48 Costituzione). Qui di seguito il rimando ad alcuni articoli per approfondire il tema:
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